Vincitori e vinti del caro-energia: per i Paesi del Golfo un jackpot da 1.300 miliardi. Ma dal Pakistan al Ghana è emergenza sociale

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MILANO – La guerra in Ucraina resta impantanata senza un esito, ma quella energetica che si è scatenata dopo l’invasione russa su Kiev ha già un campo più nettamente diviso tra (pochi) vincitori e (molti) vinti.

Tra i primi si iscrivono i Paesi petroliferi del Golfo. Che, grazie all’impennata dei prezzi energetici e alla ricchezza del loro sottosuolo, possono mirare a incassare un extra-dividendo da 1.300 miliardi di dollari, da qui al 2026, di incassi per la vendita di petrolio. A fare i conti con il Financial Times è il Fondo monetario internazionale, con il responsabile per il Medioriente e il Nordafrica Jihad Azour. Per altro, quelle monarchie assolute potranno rimpolpare i loro fondi d’investimento proprio in un momento di depressione delle valutazioni internazionali di azioni e società: munizioni per evenutali puntate di shopping a prezzi di saldo.

I loro fondi sovrani l’hanno già fatto in passato: durante la crisi finanziaria e con la volatilità del Covid, la solidità (e i petroldollari) su cui poggiano ha permesso loro di fare numerose incursioni. Il Pif, fondo saudita presieduto da Mbs, ha già investito 7,5 miliardi in azioni Usa nel solo secondo trimestre dell’anno, da Amazon a BlackRock. Il dubbio del Fmi è piuttosto se questi Paesi abbiano la forza di usare questo dividendo anche per “investire sul loro futuro”, fare uno sforzo di modernizzazione e di preparazione alla transizione energetica mantenendo assieme disciplina di bilancio. L’Arabia Saudia dovrebbe registrare quest’anno il primo avanzo dal 2013, ma visto il legame a doppio filo al corso del petrolio c’è da temere che dopo una corsa al rialzo, un tonfo sia sempre possibile: per questo il Fondo crede non sia il momento di sedersi sugli allori.

Di questi problemi che si vedono tra Golfo e dintorni – dove il dividendo della corsa dei beni energetici è ricco – non c’è traccia altrove, dove governi e popolazione provano vanamente a rimettere i buoi ormai scappati dalla stalla. L’elenco di economie emergenti letteralmente rovesciate dalla corsa dei prezzi di elettricità e carburanti è ormai sempre più lungo. Lo Sri Lanka ha fatto da apripista, con la sua crisi endemica e politica esacerbata dalle conseguenze della dipendenza dall’estero per gli approvvigionamenti di energia e cibo, ma poi i casi si sono sommati tanto da farne solo un ricordo. La Bloomberg ne racconta alcuni: in Pakistan il governo si è rassegnato ai blackout a zone perché non è più in grado di assicurare abbastanza carburanti, in Bangladesh i negozi sono costretti a chiudere alle otto nell’ambito di un pacchetto di austerità per frenare i consumi, in Messico sono stati messi in campo sussidi da 25 miliardi per cercare di alleviare le bollette delle famiglie ormai fuori controllo, a Panama sono state le proteste di piazza a convincere il governo a muoversi. Le stesse, puntate contro il caro-carburanti, che hanno portato il Ghana a cercare di raddoppiare i fondi d’emergenza del Fmi a 3 miliardi di dollari e il Mozambico a ricorrere alla Banca mondiale per supportare i passeggeri dei trasporti pubblici.

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La dinamica è questa: le nazioni emergenti (e in una certa misura anche quelle più povere), cercando di tenere il passo della transizione energetica, avevano abbandonato progetti e investimenti legati ai combustibili fossili. Ora che i prezzi del gas sono esplosi, le nazioni ricche hanno risorse a sufficienza per cercare di catturare il possibile in giro per il mondo. Lo dimostra quel che sta accadendo sulle rotte marittime, con le navi che invertono la direzione per virare dall’Asia verso l’Europa dove riescono a piazzare i loro carichi di carburante a prezzi molto più alti. I Paesi poveri, che quello spazio di bilancio non ce l’hanno, restano col cerino in mano. La Thailandia questa settimana ha alzato le tariffe elettriche del 17%, per rispecchiare il caro del Gas naturale liquido che importa. Il distributore indiano Gail ha dovuto scegliere a quali clienti staccare il rubinetto, cominciando dagli impianti petrolchimici e dei fertilizzanti.

Quanto il prezzo dell’energia possa scombussolare il bilancio di una nazione, è presto detto. La bolletta dell’import di energia in una nazione sviluppata è tra il 2 e il 4% del Pil, calcola Muqsit Ashraf di Accenture, ma in alcune nazioni emergenti siamo saliti oltre il 25%. Come se non bastasse, il clima finanziario internazionale con il rialzo dei tassi della Fed ha portato a un apprezzamento del dollaro contro le valute periferiche. Un problema che si aggiunge agli altri.

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